“I Vangeli? Sono vecchi e antisemiti!”. Come il pensiero cattolico si é autodistrutto

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Quando si assiste con perplessità alle derive autodistruttive della Chiesa Cattolica negli ultimi anni, é importante ricordare che uno dei momenti fatali di questo processo dissolutivo è coinciso, nel dopoguerra, con l’opera di alcuni personaggi interni al Pontificio Istituto Biblico, decisi a “fare a pezzi” i Vangeli per adeguarli all’esegesi secolarista del Protestantesimo liberale. E il “cavallo di Troia” per far accettare tutto questo nei seminari e nelle università cattoliche sarà il senso di colpa di molti cattolici per il recente Olocausto ebraico.

(Da: G.Marletta/E.Perucchietti, La fabbrica della manipolazione, pp. 152-154) 

“(…) Un punto sul quale i “tradizionalisti” sembrano avere ragione, tuttavia, è quello del coinvolgimento di potenti lobby nel processo di snaturamento del Cattolicesimo, a partire dalla metà del XX secolo. È interessante vedere come tali “forze” abbiano preso di mira da subito i pilastri fondamentali del Cristianesimo: la figura di Gesù Cristo e la testimonianza contenuta nei Vangeli.

Uno dei “grimaldelli” usati è stato, da questo punto di vista, lo shock dovuto all’olocausto ebraico, per suscitare tra i cattolici una sensazione di inadeguatezza, se non di vero e proprio “senso di colpa”. Si è voluto, in sostanza, lasciare intendere che le responsabilità nel massacro degli Ebrei risalissero, in un modo o nell’altro, alla polemica cristiana contro il Giudaismo, fino a prendere di mira persino gli stessi Vangeli.

A farsi promotore di tali suggestioni all’interno della Chiesa, fu un personaggio potente: il cardinale gesuita tedesco Augustin Bea, protagonista del dialogo ebraico-cattolico, ma anche biblista e fulcro di una vera e propria lobby interna alla Chiesa. L’idea che circolava nell’entourage del cardinale, allo scopo di riconciliare cattolici ed ebrei, infatti, era che le accuse di “deicidio” e l’ostilità dimostrate nei secoli contro gli ebrei da parte dei cristiani – ostilità, che peraltro aveva sempre fatto da contraltare a un altrettanto acceso sentimento anticristiano da parte degli ebrei – fossero non solo il frutto di degenerazioni contingenti, ma anche il segno di un “peccato originale” che affondava le sue radici fino ai Vangeli stessi.

In nome di questa nuova stagione dei rapporti ebraico-cristiani, il cardinal Bea – il quale accusava pubblicamente di “antisemitismo” anche i cristiani palestinesi che si opponevano all’occupazione israeliana – tessé un’imponente rete di amicizie e di collaborazioni, specie con organizzazioni come il B’nai B’rith, riunendo attorno a sé personalità ecclesiastiche coerenti con il suo nuovo assunto.

Applicando con grande spregiudicatezza categorie moderne a realtà di duemila anni fa, il gruppo del cardinale arrivò così perfino ad accusare gli stessi evangelisti di “antisemitismo”, a causa delle polemiche presenti nei Vangeli contro la casta sacerdotale ebraica d’allora. Uno dei collaboratori del cardinal Bea, padre Gregory Baum – un ex ebreo ateo convertito e ordinato sacerdote, autore di un saggio intitolato Gesù e gli Ebrei – scrisse addirittura che le frasi “antiebraiche” del Vangelo erano una vera e propria «collezione di scritti d’odio». Un altro collaboratore, monsignor John Oesterreicher – anch’egli ebreo convertito e autore con Bea del decreto De Judaeis – durante una predica nella cattedrale di San Patrizio a New York, disse testualmente: «Noi non leggiamo più le numerose dichiarazioni di Gesù Cristo contro il suo popolo contenute nel Vangelo».

Il Vangelo, in sostanza, era ritenuto non “politicamente corretto” e andava quindi “cambiato”; ma in che modo sarebbe stato possibile “censurare” i Libri Sacri continuando però a ritenersi cattolici? E soprattutto: come fare accettare all’insieme della Chiesa una tale rivoluzione? Lo strumento ideologico adatto allo scopo, in realtà, era già nelle mani del cardinal Bea, che lo aveva introdotto nell’ambiente cattolico negli anni in cui era stato rettore del Pontificio Istituto Biblico (1930-1949), ed era l’esegesi storico-critica.

L’esegesi storico-critica, in realtà, aveva come scopo dichiarato quello di rendere più comprensibili i testi biblici – e in particolare i Vangeli – attraverso una migliore comprensione storica degli eventi descritti. Un metodo di esegesi apparentemente “scientifico”, dunque, ma in realtà fortemente condizionato da una visione ideologica generatasi nel mondo protestante e tendente a “purificare” i Vangeli da tutti gli aspetti ritenuti incompatibili con la cultura moderna. Negli anni Trenta, i pastori luterani tedeschi Rudolf Bultmann e Adolf Von Harnack avevano proposto la cosiddetta “demitizzazione” dei Vangeli, ovvero, in concreto, l’eliminazione di tutti quegli aspetti sovrannaturali che, a loro parere, non potevano essere accettati dall’uomo moderno; pertanto, se ad esempio nei Vangeli si parlava di “miracoli”, ciò lo si doveva sicuramente imputare a una tarda “manipolazione” da parte degli evangelisti stessi, che dovevano avere “inventato” gli episodi allo scopo di esaltare la figura di Gesù. Il compito del “nuovo esegeta”, dunque, avrebbe dovuto essere quello di cancellare queste “sovrastrutture mitiche”, per arrivare a comprendere chi fosse stato realmente il Gesù storico. In una simile presa di posizione, naturalmente, c’è tutto il peso di un secolo e mezzo di pensiero razionalista e materialista, pregiudizialmente avverso ad ogni possibile realtà “non quantificabile” dalla scienza moderna. Tale tipo di pensiero, tuttavia, aveva l’indubbio vantaggio di proporsi come “moderno” e “al passo con i tempi”: vere e proprie parole magiche, per quella notevole parte del mondo cattolico che soffriva di una terribile crisi d’identità e provava un cupo senso di inferiorità di fronte al mondo.

Dopo il Concilio Vaticano II e a partire dal Pontificio Istituto Biblico, queste idee, in forme più o meno radicali, invaderanno tutto il mondo cattolico, a partire da Università Pontificie e Seminari: i Vangeli verranno “sezionati” come su un tavolo d’autopsia per cercare di capire cosa potere definire attendibile e cosa no, cosa potere ritenere “compatibile” con la modernità e cosa invece rigettare; il tutto, con criteri che naturalmente cambieranno a seconda del clima ideologico e persino politico del momento. Certi passi del Vangelo, ad esempio, verranno presi alla lettera, mentre altri saranno scartati per principio in quanto “non credibili”; alcuni studiosi non accetteranno minimamente l’idea che Gesù possa avere compiuto dei miracoli, altri accetteranno solo i miracoli più “compatibili” con la mentalità moderna; alcuni riterranno che Gesù sia stato un “antisemita”, altri che sia stato antiromano; per alcuni i Vangeli avranno un certo valore storico, per altri solo un significato morale e così via.

Di fatto, alcuni sacerdoti cattolici si ritroveranno a predicare dai pulpiti un Vangelo in cui – con una perfetta operazione di bi-pensiero orwelliano – non credono più, con tutto ciò che ne può conseguire anche sul piano della tenuta disciplinare e morale del Clero”.

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1 commento

  1. I movimenti volti a eludere o a misconoscere il testo sacro per ricostruire un cristianesimo in linea con le tendenze della società moderna, sono il portato di qualcosa di molto più risalente nel tempo e con il quale la comunità cristiana dovrà presto fare definitivamente i conti.
    Molti anni fa ho letto una dichiarazione dell’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede, Ratzinger, in cui affermava che la storia della Chiesa degli ultimi secoli sia tutta intera una storia di capitolazione progressiva rispetto alle posizioni moderne.
    Forse adesso non farebbe più questa dichiarazione, ma credo anche che la sua “abdicazione” dal Seggio Pontificio non sia del tutto estranea ad una simile problematica.
    Bisogna anche riconoscere che solo questa peculiarità del cristianesimo (per la precisione, soprattutto quello occidentale), gli ha consentito di rimanere parte integrante del contesto sociale e persino (impropriamente) istituzionale, in una società essenzialmente antitradizionale come quella moderna.
    Questa tendenza è molto più antica di quanto i cattolici tradizionalisti (che normalmente si ispirano al cattolicesimo primo novecentesco o ottocentesco) sembrano credere.
    Come dimostrano soprattutto gli studi di Paolo Prodi e Adriano Prosperi, essa va ricercata già alla fine del medioevo, a partire dalla crisi del XIII sec. Benché questi autori non si siano sempre liberati dalle precomprensioni di tipo moderno, estendendo spesso questo inizio ancora più indietro nel tempo, idea che è invece sostanzialmente da respingere, occorre dargli il merito di aver visto correttamente nelle svolte del 1200 gli inizi di un cristianesimo istituzionalizzato, che può essere visto, per alcuni aspetti, addirittura come il modello della statualità moderna.
    Consiglio anche le bellissime pagine di Ivan Illich (I fiumi a nord del futuro ) su questo argomento.
    Naturalmente, questo crea un conflitto molto grave con l’essenza stessa della tradizione cristiana espressa nelle Sacre Scritture, ma, quello che è più grave, è che i cristiani nello spirito esclusivista che gli è proprio, forse più che in ogni altra tradizione religiosa, hanno scambiato molte delle tendenze prodotte artificialmente da questo singolare connubio con la modernità, per aspetti essenziali della loro tradizione, che la caratterizzerebbero rispetto alle altre e tendono perciò a difenderle come proprie. D’altra parte, in quanto uomini moderni, non sono nemmeno capaci di concepire l’idea che si possa legittimamente avere una visione del mondo e delle cose completamente diversa dalla loro e sono naturalmente portati a respingere violentemente qualsiasi altro modo realmente differente di pensare.
    A chi abbia conoscenza di questi meccanismi e sia in mala fede, poi, basta fargli leggere il contenuto effettivo dei loro sacri testi per ottenere reazioni sconcertate che sono potenzialmente in grado di portarli alle posizioni più assurde.
    Quando ciò non succede, si ha l’impressione che il cristianesimo di questi credenti viva su una colossale operazione di rimozione.