LA CROCE SCRITTA IN MEZZO ALLA CITTA’ (di Cosmo Intini)

1

TRA LA NOTTE DEL GIOVEDI’ E IL VENERDI’ SANTO, IL CRISTO, COI SUOI STESSI SPOSTAMENTI, TRACCIO’ IL SACRO SIMBOLO DELLA CROCE SU GERUSALEMME.  Nella prospettiva sapienziale, infatti, ogni atto dell’agire “esteriore” del Cristo non è che simbolo del Suo agire divino, il quale testimonia quanto ogni dettaglio della vita umana del Logos incarnato conservi una significatività, una ritualità, che purtroppo rimangono spesso nascoste al logos del fedele moderno, confuso dal razionalismo e dal sentimentalismo di una religiosità profanizzata.

La celebrazione della Settimana Santa ci offre qui l’occasione di presentare una breve, quanto significativa riflessione sulla Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, grazie alla quale poter cogliere un aspetto di quella che è la portata “ontologica” del Suo Mistero. Se ciò ovviamente non significa pretendere di penetrarlo nella propria “essenza” – cosa impossibile per la mente umana – perlomeno ci permette di intuire al livello di una fede non più limitatamente emotiva, ma anche e soprattutto “pensata”, la profonda dimensione che è inerente ad Esso Mistero.

Rimane parimenti assodato che non vogliamo intendere il suddetto “pensare” in senso raziocinante, quanto piuttosto “intellettivo” – ossia secondo quello che è il senso proprio dell’intellectus tomistico. Per la qual cosa, l’atto del logos umano che risulta più corrispondente a “verità” rimane propriamente quello che si pone in un’analogica fruizione rispetto all’atto compiuto dallo stesso Logos divino nel proprio aspetto “incarnato”. Questo avviene allorché il pensiero adotta un approccio che è consapevolmente improntato alla lettura degli avvenimenti inerenti al Mistero cristiano in quanto “segni, simboli”; ossia veicoli espressivi di un’alterità la cui natura, appunto ontologica, va piuttosto intuita che non ridotta ad un mero logicismo e venire pertanto introdotta solo tramite una discorsività dialettica.

Le seguenti osservazioni permetteranno di spiegarci meglio.

La narrazione evangelica della Passione ci fa conoscere in maniera precisa quali furono gli ultimi e decisivi spostamenti del Signore, effettuati in Gerusalemme, dal momento dell’Ultima Cena sino alla Crocifissione.

Dopo aver lasciato il Cenacolo, Egli si recò in preghiera nell’Orto degli Ulivi; dopo di che, una volta catturato, fu condotto prima alla casa del Sommo Sacerdote Caifa, poi al cospetto di Pilato, presso il praetorium ed infine sul Calvario.

Ma se tale è l’evidente successione degli eventi, è tuttavia anche possibile porsi secondo una prospettiva maggiormente interiore, più “tra le righe”; alla luce della quale si colgono le inevitabili, necessarie corrispondenze che si instaurano tra il visibile agire umano di Gesù ed il Suo misterico agire divino[1]. I suddetti spostamenti mantengono, dunque, una pregnanza simbolica (nell’accezione più propria del termine), la quale testimonia, una volta di più, quanto ogni dettaglio della vita umana del Logos incarnato conservi una significatività, una ritualità, che purtroppo rimangono spesso nascoste al logos del fedele. Ciò va addebitato al semplice fatto che oggi, dopo secoli di invasivo razionalismo – che ha peraltro corrotto anche l’ambito teologico – la mente del cristiano ha smarrito quella sensibilità che in epoche ormai passate gli permetteva di andare più immediatamente oltre la “lettera”, per cogliere anche lo “spirito”. La mente umana è ormai disabituata alle esperienze sottili e oggettivanti; e dopo aver erroneamente posto in antagonismo la fede e la ragione, ha ridotto questa ad un meccanicistico razionalismo, chiuso su se stesso, ed ha mortificato la prima rendendola una pratica di carattere quasi esclusivamente soggettivo-sentimentale, fideistico.

Premesso ciò, verificando l’orientamento dei luoghi che scandirono, dopo l’Ultima Cena, la Via doloris, la Via crucis di Nostro Signore, notiamo allora quanto segue:

  1. L’Orto degli Ulivi è collocato nella parte EST di Gerusalemme;
  2. La casa di Caifa era posta nella parte SUD della città;
  3. Il praetorium di Pilato, per tradizione, viene fatto coincidere con la cosiddetta Torre Antonia, a NORD;
  4. Il Calvario, oggi inglobato nella odierna zona della Basilica del S. Sepolcro, all’epoca era ancora esterno alle mura e posto sul lato OVEST delle medesime.

Come è facile verificare, nel compiere degli spostamenti che toccarono i quattro punti cardinali della città, Gesù venne a scandire in maniera latente, quasi a “scrivere” col proprio corpo, esattamente la forma di quella “CROCE” su cui era in procinto di offrirsi in sacrificio, in tal modo riprendendone e ribadendone già il suo significato[2].

Che senso può avere tutto questo? Lo possiamo comprendere rileggendo quanto ebbe a scrivere Benedetto XVI in un suo saggio sulla liturgia, spiegando per l’appunto il significato profondo del segno della croce: «La chiave interpretativa è fornita da Ez 9,4ss. Nella visione ivi descritta Dio stesso dice al suo messaggero vestito di lino che porta al fianco la borsa da scriba: Vai in mezzo alla città e scrivi un Tau sulla fronte di tutti gli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono”. Nella catastrofe spaventosa che si preannuncia, coloro che non si riconoscono nel peccato del mondo, ma soffrono per esso a motivo di Dio – soffrono senza potere fare nulla, ma sono appunto lontani dal peccato – devono essere segnati con l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico, la Tau, che veniva scritta a forma di croce (T oppure oppure X). La Tau, che in effetti aveva la forma di una croce, diventa il sigillo della proprietà di Dio. Risponde al desiderio e al dolore dell’uomo per Dio e lo mette così sotto la particolare protezione di Dio»[3].

Possiamo allora affermare che veramente Gesù è quell’Io sono di Es 3,14 – appellativo col quale Lui stesso più volte si definisce – in quanto Essere ed Essenza in Lui coincidono. Ed essendo Egli il Logos, il Suo dire ed il Suo fare coincidono col Suo essere.

Nella notte della Passione, il Signore ha insomma veramente “scritto” sulla città di Gerusalemme il sigillo salvifico del proprio sacrificio.

Sarà forse solo un caso che, nel tempo, per Gerusalemme e per tutta la Terra Santa si sia adottato quale simbolo identificativo quell’omonima croce gerosolomitana nella cui rappresentazione compaiono, tra i bracci, proprio “quattro” ulteriori piccole croci, che riprendono e ribadiscono la grande croce centrale?

———————————————————————————————————————————————–

[1] Beninteso, questa corrispondenza si verifica anche quando è attuata, a posteriori, dalla Sua Chiesa.

[2] Recenti studi archeologici propendono nell’individuare quale luogo del praetorium non più la Torre Antonia, quanto piuttosto il Palazzo di Erode, posto ad Ovest. Ciò va in verità incontro ad alcune incongruenze, quali ad esempio il fatto che, se così fosse, per andare al Calvario, luogo della crocifissione, Gesù dovette allora scendere e non salire; e ciò in quanto la Reggia Erodiana era appunto nella parte più alta della collina occidentale. Occorre dunque stare in guardia dal modo sbrigativo con cui certi studiosi odierni scartano le tradizioni antiche, che invece individuano appunto la Torre Antonia, a Nord, quale luogo del praetorium.

[3] J. RATZINGER, Introduzione allo spirito della liturgia, Edizioni S. Paolo, Cinisello Balsamo (Mi), 2001, pp. 173 sgg.

 

Share.

About Author

1 commento

Leave A Reply