CASULE ALLA DERIVA E PIANETE VAGANTI (perché coi Simboli non si scherza) di Cosmo Intini

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Una delle tante verità tradizionali che i moderni ignorano, è che “i simboli parlano a prescindere che li si comprenda o meno”: ed è peraltro per tale loro “natura viva” che essi si distinguono da segni puramente convenzionali quali sono le semplici allegorie, le metafore, gli emblemi e via dicendo. Un’altra verità fondamentale è che “non esistono atti neutri”: ogni gesto compiuto dall’uomo non può che condurre (inevitabilmente) o verso l’Alto o verso il basso (foss’anche a prescindere dalla propria intenzione individuale). In concreto: ogni atto che non è “per Dio” allontana da Dio. Questa breve riflessione può forse aiutare a capire meglio il contenuto dell’articolo che pubblichiamo: un articolo che prende spunto da un episodio apparentemente marginale di “cronaca ecclesiale”, introducendoci nel complesso mondo dei “simboli”, i quali – ripetiamo – parlano sempre e comunque, perché nulla avviene per caso (altra verità dimenticata). Oggi, in una Chiesa che appare sempre più “lontana da Dio”, profanizzata, secolarizzata e spesso svuotata della sua ragion d’essere; una Chiesa che ignora quasi del tutto il “senso del simbolo”, ma pretende di “inventare o reinventare simboli”; ebbene anche i “piccoli gesti” o le “piccole scelte” assumono significati impensabili, a prescindere dalla coscienza di chi li compie.

Gianluca Marletta

CASULE ALLA DERIVA E PIANETE VAGANTI di Cosmo Intini

Le fantasiose ed improbabili casule (un tempo esse si chiamavano ‘pianete’) indossate dal Pontefice e dai concelebranti durante la Messa del 26 agosto 2018, in occasione dell’Incontro delle famiglie di Dublino (vd. foto), hanno sollevato nelle scorse settimane numerosi legittimi dubbi, obiezioni ed inquietudini tra quei cattolici ancora rimasti sensibili all’ortodossia della Fede e della Liturgia. Le perplessità sono state infatti motivate dalla loro inconsueta fattura improntata ad un tenue e vago cromatismo, ed in particolar modo dall’anomalo simbolo disegnato su di esse. Tra le diversificate reazioni scatenatesi attorno a codesto simbolo, tutte hanno comunque mantenuto quale comune denominatore la denuncia di un suo inopportuno ed immotivato riferimento ad un retroterra culturale pagano celtico-druidico, del tutto stridente con il contesto liturgico puramente cristiano-cattolico in cui esso veniva a proporsi.

Il simbolo a cui si sta alludendo è infatti il ‘triskel’, la cui riproduzione sulle casule è stata giustificata in quanto voler essere sia un omaggio alla terra irlandese ospitante il Meeting, sia un riferimento alla Trinità, evocabile per il tramite di quel senso di ‘ternarietà’ che al triskel stesso è tradizionalmente proprio (vd. disegno).

Tuttavia, l’adozione estemporanea ‘ancorché inconsapevole’ di simboli arbitrariamente estrapolati dal loro contesto tradizionale, nonché la loro riconversione in segni e gesti liturgici puramente ridotti ad un’esteriore ed emozionale discorsività religiosa, non è priva di pericolose conseguenze. L’aver infatti smarrito il profondo senso sacrale di quel che deve essere l’essenzialmente ontologico legame tra simbolo e realtà, tra lettera e spirito, tra forma e contenuto, tra significante e significato, provoca inevitabilmente uno scollamento da cui non solo consegue un indebolimento della piena adesione rituale al sacro, ma addirittura, portandosi fino agli estremi limiti, comporta il serio rischio di far decadere il rito cristico in un rito anticristico.

Prova ne è il fatto che, dopo un’osservazione attenta e smaliziata, il triskel così imprudentemente riprodotto sulle casule non a caso finisce per assumere l’indiscutibile sembianza di un triplice 6 (!). Inoltre, va ricordato che l’aspetto quanto mai inconsueto delle casule è ulteriormente rimarcato, oltre che dalle tre spirali colorate che costituiscono il noto simbolo celtico, anche dalla presenza di alcune fasce colorate che in molti hanno voluto interpretare quale una chiara allusione ad uno stilizzato ‘arcobaleno’.

Pur senza ricorrere all’evocazione complottista che legge nella crisi odierna della Chiesa l’opera di lobbies interne o esterne, basterebbe anche solo la semplice ‘ignorante inconsapevolezza’ della gerarchia ecclesiastica su tali questioni – riguardanti cioè la forza e la valenza del simbolo – a farci lanciare un grido d’allarme per quella che è la deriva da cui il cattolico fedele si trova oggi a doversi difendere.

I simboli, infatti, non si usano con ignoranza e impunemente…

Sorvolando sulla del tutto imprudente cedevolezza che questo simbolo offre (inconsapevolmente?) alle pretese di normalità che vengono avanzate sul tema della famiglia dalle odierne anomale devianze LGBTIA (acronimo completo che sta per: lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, intersessuali, asessuali)[1], basiamoci per adesso esclusivamente sul suo puro e semplice comparire quale elemento iconografico delle casule.

I colori delle tre spire del triskel sono il verde, il rosso ed il giallo. In greco essi si traducono rispettivamente: χλωρος (chloros), ερυθρος (erythros) e ξανθος (xanthos). Dobbiamo intanto osservare che questi tre colori fanno appunto parte anch’essi dello spettro dell’arcobaleno, il quale è fisicamente composto da 6 tonalità cromatiche (tre fondamentali e tre complementari). Se la tradizione simbologica si riferisce, quando parla dell’iride, ad un ‘settenario’, è perché riconosce l’esistenza di un 7mo colore che non è affatto l’indaco (come popolarmente, ed erroneamente, si è affermato nei più recenti secoli)[2], bensì il ‘bianco’. Questo “colore che è sintesi d’ogni altro”, infatti, non costituisce altro che l’espressione del ‘Principio’, ossia della ‘luce’ da cui ogni singolo colore origina; tant’è che in verità esso rappresenta più precisamente un ‘incolore’. Tanto per capirci: tale Principio corrisponde al valore simbolico detenuto in geometria da quell’‘invisibile’ punto centrale da cui originano le ‘visibili’ 6 direzioni dello spazio[3].

Orbene, tornando al triskel delle casule, se noi sommiamo il valore gematrico delle tre iniziali dei colori ivi riprodotti abbiamo che χ + ε + ξ è pari a: 600+5+60 = 665. Ma se in ossequio al principio luminoso che li informa sommiamo ulteriormente a questo valore anche quello dell’iniziale di αργος (argos), che in greco traduce appunto ‘bianco, lucente, splendente’, abbiamo: 665+1 = 666.

E la sussistenza di un triplice 6 non si conclude oltretutto qui.

Anche la sola parola triskel, che peraltro deriva proprio dal greco (τρισκελ), allorché letta gematricamente ci porta congruentemente al medesimo valore 665 che abbiamo ritrovato accostato ai tre colori (verde, rosso e giallo) con cui proprio esso simbolo compare sulle casule. Abbinando infatti i rispettivi valori numerici delle lettere che la compongono, abbiamo: 300+100+10+200+20+5+30 = 665. Ma anche il triskel, come i colori dell’arcobaleno, è un simbolo che esprime l’allusione ad un punto centrale da cui si origina, si principia. Infatti, esso è uno di quei simboli dal carattere ‘rotativo’ (come ad esempio lo è lo ‘swastika’) che rimandano all’azione generativa della manifestazione da parte del Principio Uno[4]. Comunque sia, se dunque anche qui aggiungiamo al valore gematrico della parola triskel quello dell’Uno, abbiamo: 665+1.

Per un’ultima constatazione, vogliamo riprendere nuovamente in considerazione la parola ‘arcobaleno’. Come è noto, di tale simbolo si sono appropriati i movimenti LGBTIA facendone un vessillo della propria ‘dissociata variegatezza’: sintomatico è anche solo il fatto che essi lo abbiano adottato ‘capovolto’ rispetto alla sua reale configurazione naturale.

In greco, la parola che traduce arcobaleno è ιρις (iris), che gematricamente vale: 10+100+10+200 = 320. Traslitterando invece in lettere greche l’acronimo LGBTIA, abbiamo λ-γ-β-τ-ι-α, il cui valore gematrico è: 30+3+2+300+10+1 = 346. Ebbene, se pertanto accostiamo i valori di ‘arcobaleno + LGBTIA’ abbiamo = 320+346 = 666.

Piaccia o meno, inconsciamente o meno, i “simboli dunque parlano”; e la loro lingua – apparentemente occulta ma universale – per chi la sappia cogliere è esplicita più d’ogni altra.

Ogni cosa che ci circonda è, per così dire, suscettibile di esser colta nella propria simbolicità: ma il Simbolo – che per sua natura è la “firma di Dio” sulla realtà – allorché usato con avventatezza, ignoranza o addirittura con malevola intenzione, si tramuta nel suo opposto (che è il dia-ballo, la forza letteralmente satanica che ci allontana, ci separa dal Principio).

Per percepire quanto risultino devianti dall’ortodossia cattolica tanti segni e gesti oggi sempre più in voga (siano essi liturgici che pastorali, o altro ancora), non serve d’altronde ricorrere ai procedimenti che abbiamo utilizzato: la stessa umile devozione di una qualunque nonnina analfabeta che, come Tradizione le ha insegnato, recita quotidianamente il S. Rosario in chiesa dinnanzi al SS. Sacramento, può discernere intuitivamente “cosa c’è nell’aria”.

Se non è compito dei nostri procedimenti ermeneutici sostituirsi ad una fede già acquisita e ben radicata nel vero cattolico, tuttavia essi possono porre perlomeno in evidenza quali nefaste derive conseguano, anche nell’immediato, dall’operare un approccio di fede che sia basato sul soggettivistico sentimento, sull’emozione sdolcinata, sulla discorsività quantitativamente para-razionalistica, sull’insensibilità ignorante al simbolo, sul relativistico scollamento dalla Tradizione Una ed Eterna.

La conseguenza è quella che nel non dare più – con la qualità – gloria al Cristo, la si darà invece – con la quantità – all’anticristo. Tant’è che a Dublino si è parlato, quantitativamente, di Incontro ‘delle famiglie’; laddove la ‘famiglia’ è, e rimarrà, solamente quella basata, qualitativamente, sull’‘unico’ modello che è voluto da Dio.

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[1] Alcuni acronimi in verità riportano anche una lettera Q. In origine questa rappresentava un peggiorativo volgare del termine gay: ossia ‘queer’. Il suo originale significato è stato in seguito rimosso dai propri stessi promotori e trasformato nell’iniziale di un verbo, ‘questioning’. Per tale motivo non lo inseriamo nelle nostre valutazioni, in quanto non effettivamente pertinente.

[2] I fondamentali sono: blu, giallo e rosso. I complementari sono: arancione, violetto e verde. Il cosiddetto 7mo colore dell’iride, l’indaco, in realtà fu introdotto da Newton per motivi non strettamente scientifici. Oggi la fisica ha difatti escluso tale colore dal novero dell’iride, confermando così l’esattezza della tradizione simbologica.

[3] A questo modo di interpretare il ‘settenario’, ossia quale unione di ‘unità più senario’, va altresì riferita la simbologia della Creazione: opera dei 6 giorni più il giorno di riposo, col quale si allude al rientro del Principio Creatore nel non-manifestato.

[4] Incidentalmente, è perlomeno curioso che la casula sia stata per lungo tempo chiamata ‘pianeta’, in quanto indumento che possedeva la caratteristica di poter ‘ruotare’ attorno al corpo del celebrante.

 

 

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