L‘ABORTO al NONO MESE nello Stato di N.Y. é una bufala? No, NON lo é. Informatevi (di Sara Pilitteri)

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Sulla questione della recente approvazione del Reproductive Health Act nello stato di New York se ne sono dette tante, tra bufale e fake news cerchiamo di fare il punto della situazione.

Rispondiamo innanztutto ad una (contro)notizia messa in giro: il limite dell’aborto fino ai nove mesi è una fake news? No, non lo é.

Il 22 gennaio 2019 la Legislatura dello Stato di New York ha approvato il Reproductive Health Act (RHA) e il Governatore Andrew Cuomo ha firmato il progetto di legge. La prima domanda da porsi è: ci sono restrizioni per l’aborto fino ai 9 mesi o va bene qualsiasi motivazione?

Da questo punto di vista, il testo è volutamente “ambiguo”. Il RHA parla di possibilità di aborto per “feti non vitali” (non morti, ma con handicap gravi) e riporta anche la dicitura “to protect the patient’s life or health”, cioè “per proteggere la vita della paziente o la sua salute” (foto in basso).


Ma cosa si intende qui per salute?
Per rispondere alla domanda, teniamo presente che negli USA valgono i precedenti legali. Un caso fondamentale nel definire che nel generico “health” rientrano anche i più soggettivi parametri emotivi e psicologici è il precedente “Doe vs. Bolton”: (https://en.wikipedia.org/wiki/Doe_v._Bolton#Broad_definition_of_health)
Quindi, nel mezzo, come è sempre stato fatto nel caso delle leggi sull’aborto, rientra non solo la salute fisica, ma anche quella psicologica e sociale (il caso della “nostra” Legge 194 – foto in basso– è, da questo punto di vista, paradigmatico).

D’altronde, bisogna tener presente che la legislazione  precedente prevedeva comunque la possibilità di aborto “terapeutico” (che salvi immediatamente la vita della madre), anche a detta degli stessi attivisti pro-choice newyorkesi:
“What’s the big deal? Under New York State’s current law, abortions after 24 weeks are a criminal act unless they will immediately save the mother’s life. It doesn’t matter if carrying the pregnancy to term will permanently damage a woman’s health, if the fetus isn’t viable, or if the pregnancy was the result of rape or incest” (http://www.forwardmarchny.org/ny-reproductive-health-act/).
Questo passaggio ci dice anche che le finalità sono altre: infatti aggiungono nel mazzo anche gravidanze nate da incesto e violenza sessuale (quindi feti sani e vitali).

Pertanto, come rispondere a chi, in queste ore, ci accusa di generare paranoia, disinformazione e “fake news” riguardo alla possibilità di abortire al nono mese nello stato di New York?

Bastano due considerazioni.

La prima considerazione la prendiamo direttamente dal sito degli attivisti americani che si sono prodigati affinché il RHA passasse; ed ecco i punti che si augurano per il futuro più prossimo:

NESSUN LIMITE: non dovrebbero esserci limiti gestazionali che limitino l’accesso all’aborto.
NESSUN MOTIVO: perché una persona cerca un aborto, in qualsiasi momento, non è affar nostro, e non dovrebbe essere la base per una restrizione.
NESSUNA PERSECUZIONE: dobbiamo garantire che nessuna persona venga perseguita per l’esito della sua gravidanza. NESSUN GENITORE: i minori hanno bisogno di accedere all’aborto senza il consenso dei genitori.
NESSUNA PERSONA: le leggi sulla personalità fetale separano le donne incinte dai loro diritti e dalla loro autonomia.
NESSUNA MORTALITÀ MATERNA: la mortalità materna è un problema di salute pubblica, specialmente tra le donne di colore, e dobbiamo risolverla.
NESSUN PAZIENTE DEVE ESSERE LASCIATO INDIETRO: tutti dovrebbero poter accedere e permettersi l’aborto che vogliono, quando lo vogliono, per qualsiasi motivo.
(https://www.rhavote.com/)

Insomma, solo loro stessi ad ammettere che le intenzioni sono quelle.

La seconda considerazione rimanda ad un parallelismo con la situazione italiana, dove (in teoria) l’aborto sa

rebbe permesso (fino alla 24° settimana) SOLO in caso di rischio per la salute psico-fisica: motivi che, nella realtà di fatto, comprendono qualsivoglia motivazione, finendo per comprendere tra i supposti “motivi di salute” anche la “difficoltà ad organizzare la vita” o il puro e semplice “non volere altri figli”; come dimostra il grafico in basso.

Questo ci dovrebbe far riflettere sulla “malleabilità” e l’applicabilità di leggi del genere. Infatti nonostante la legge sia chiara su come sia vietato ricorrere all’aborto con l’intento del controllo delle nascite, essa di fatto viene facilmente “bypassata” ed ignorata.

Non è affatto difficile immaginare che lo stesso processo avrà luogo adesso in America …fino al nono mese di gravidanza.

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21 commenti

  1. Pingback: L‘ABORTO al NONO MESE nello Stato di N.Y. é una bufala? No, NON lo é. Informatevi (di Sara Pilitteri) | MENADEL PSICOLOGÍA Clínica y Transpersonal Tradicional (Pneumatología)

    • Signor Sergio…la notizia da lei postata di fatto non spiega nulla… dice così semplicementecon nonchalanace “la legge…non permette l’aborto oltre le 24 settimane”.
      Lei lo ha letto il testo del RHA? Occorrono due cose, conoscenza media della lingua inglese e soprattutto COMPRENSIONE DEL TESTO

  2. La legge approvata nello Stato di New York è praticamente identica a quella italiana, quindi non vedo cosa ci sia da indignarsi.

  3. Sergio Falcone on

    Resta il fatto che l’aborto non è un obbligo, ma una possibilità. La libertà di scelta individuale è sacrosanta.
    Invece di polemizzare tanto sulla vita dei nascituri, sarebbe il caso di provvedere a chi è già nato. Tutti si vantano di difendere il povero, ma il povero rimane tale. Perché?

  4. a tutti coloro che approvano l’aborto con i soliti sofismi, quanto vorrei che le loro madri avessero usufruito di questo “diritto”!
    scherzo!
    pace e bene!

    • Sergio Falcone on

      È da questo suo intervenire che risulta evidente la natura vera di coloro che sono contrari all’aborto, cioè a un diritto conquistato da anni di battaglie femministe, cioè a una battaglia di libertà. Chi inibisce la libertà di scelta non fa che uccidere l’individuo.

  5. In realtà qui gli unici che uccidono siete solo voi che vi arrogate il “diritto” di dare la morte e togliere la dignità umana a chi è già uomo.

    Il tuo commento non ha logica! se tu sei a favore dell’ aborto, io ho solo detto che pure tua madre poteva usufruirne… che male c’è?
    Tu fai agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te.
    Pace e bene.

    • Sergio Falcone on

      Potremmo discuterne per ore, non ne caveremmo un ragno dal buco. Siamo tutti diversi ed e’ bene che ognuno viva secondo le regole che si è dato. L’autoritarismo ha vita breve e produce solo tragedie. Non sono io a dirlo, lo dice la Storia.
      Trovo la sua considerazione sulle madri inopportuna e di cattivo gusto, anche se mascherata da “scherzo”. Lasci in pace la madre di chi difende la libertà, io non ho coinvolto certamente la sua.

  6. Caro amico, evidentemente non comprendi… non c’è peggior sordo di chi non vuole capire… non la butto sul personale, ma invito solo a riflettere:
    Quindi se tu giudichi giusto una cosa per gli altri deve essere giusta anche se la si applica a sè stessi… tutto qui, altrimenti sei un ipocrita.

  7. sergio falcone on

    Non sono suo amico e non ci tengo ad esserlo. Se mia madre avesse ritenuto di dover abortire, sarebbe stata libera di farlo. Le sue argomentazioni, caro signore (si fa per dire), sono assurde, indisponenti e tendenziose. Rimane, ripeto, la libertà di scelta, libertà che è valore fondante.

  8. Oh bella… il signorino s’è offeso… ho toccato nervi scoperti?
    La libertà è solo nella VERITÀ.
    E la verità è che rimane un omicidio, da vigliacchetti.
    Non mi dire che non si può regalare 9 mesi della propria vita ad un essere umano…
    Se penso che molti hanno dato mesi e anni della loro vita per una causa, per il senso del dovere, per amore di giustizia sacrificando pure la vita (penso anche ai milioni di ragazzi mandati a morire nelle guerre, -abbiamo appena finito di celebrare i 100 anni della I GM) si comprende il livello di egoismo in cui è caduta questa società marcia, che non sa donare nulla per amore gratuito.
    Pace e bene… amico!

  9. Sergio Falcone on

    Offeso? Chi… io? Questo lo dice lei. Ho voluto solo rispondere alla sua provocazione. Ripeto: mia madre sarebbe stata libera di decidere, senza nessuna costrizione. Credo che l’autodeterminazione delle donne sia importante. Comunque, ad ogni buon fine ed anche se del tutto inutile, la invito a leggere questo intervento:
    https://www.uaar.it/uaar/documenti/139.html/

    Fermo restando che l’aborto non è una piacevolezza, assassino non è chi abortisce, assassino e autoritario è chi nega la libertà di scelta. L’ho già detto? Repetita iuvant.

    La saluto e le auguro ogni bene.

  10. E questi articoli li spacciano per scientifici?!?! Mah!!!
    Ti consiglio di sentire altre campane, se hai il coraggio e sei intelletualmente libero.
    Lascia perdere l’uaar, mai vista una associazione tanto onanista e chiusa su se stessa peggio di una setta.
    Abbiamo filosofie diverse, io sono certo della mia, perché è bella, libera, aperta e generosa.
    La tua (e di quei settari dell’uaar) si maschera di falsa libertà che si chiude in un “Io ” il cui risultato sarà solo tristezza, solitudine e morte nichilista.
    Non c’è libertà nel sopprime vite umane, altrimenti perché tu stesso dici che:
    “Fermo restando che l’aborto non è una piacevolezza”?
    Se non si ammazza nessuno perché non dovrebbe essere una piacevolezza?
    Coerentemente la bonino quando effettuava aborti con le pompe e li metteva nei vasetti di marmellata se la rideva e faceva battutine di cattivo gusto.
    Non regge il tuo ragionamento.

    Ciao!
    Pace e bene.

  11. Sergio Falcone on

    La sua filosofia,… di quale filosofia si tratta?…, sarebbe “bella, libera, aperta e generosa”? Certamente. Come sono “belli, liberi, aperti e generosi” gli insulti e la calunnia. Gli insulti nei confronti dell’Uaar e la calunnia nei confronti di Emma Bonino. Dovrebbe essere così coerente e conseguente e coraggioso da riferirli a loro e non a me. Sarebbe più onesto.
    L’aborto non è una piacevolezza perché costringe a varcare le soglie di un ospedale o di un qualsiasi laboratorio medico. Mi pare ovvio. E, invece, lei continua con i suoi antipatici tranelli verbali per dimostrare cosa? Se vuole avere ragione a tutti i costi, gliela cedo volentieri. Rimane il fatto che chi, con argomenti discutibili, nega la libertà individuale, nega le basi stesse della società.
    La saluto di nuovo. Non ho altro da aggiungere.

    *

    “Le leggi che permettono l’aborto, in qualsiasi Paese, non obbligano le donne ad abortire, né incentivano o promuovono in alcun modo il ricorso all’aborto, si limitano a rimettere alla singola persona interessata la decisione di interrompere o meno una gravidanza, dunque è assolutamente infondata la tesi della Chiesa secondo cui chi vota una legge permissiva in materia di aborto o sostiene politici favorevoli all’aborto (o meglio, alla libertà di scelta in questa materia) concorra nell’interruzione di gravidanza come peccato o omicidio.

    Infatti, la legge permissiva in materia di aborto non è un provvedimento che direttamente autorizzi uno o più aborti, è soltanto una norma che delega all’autonomia privata (in questo caso, a quella della gestante) la decisione di interrompere o meno una gravidanza indesiderata.

    L’aborto non è un omicidio, soprattutto quando viene praticato entro i primi 80 giorni. È infatti empiricamente accertato che, in questo periodo, l’embrione è un corpo incompleto ed incapace di funzionare e per di più inanimato, in quanto privo di regolare attività cerebrale e nervosa.

    Ora, la legge, seguendo il parere della comunità scientifica, ha stabilito che la morte della persona e quindi la fine della persona umana coincide con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo. Si può, pertanto, ragionevolmente affermare che prima dell’inizio di una regolare attività cerebrale (cosa che avviene dopo il quinto mese di gestazione), la persona per come la concepiamo canonicamente non esiste. L’embrione è soltanto l’abbozzo organico di un futuro individuo umano. L’embrione non è capace di movimenti volontari e non percepisce alcunché, non può provare dolore, né rendersi conto di essere sradicato dalla parete uterina.

    Gli antiabortisti sfruttano gli effetti ingannevoli prodotti dalle immagini ecografiche per persuadere l’opinione pubblica che già a 12 settimane o anche prima un embrione di fronte all’aspiratore che penetra nella placenta sarebbe in grado di ritrarsi, di scostarsi, di cercare la fuga e di urlare di orrore(!). Non si può forzare la persona di sesso femminile a prestare il proprio corpo ad una gestazione indesiderata, contro ogni sua volontà, interesse e convincimento etico, ciò sarebbe contrario al principio di tutela dell’integrità fisica e morale della persona, che costituzionalmente fonda il nostro ordinamento giuridico positivo. Del resto, in tutti gli ordinamenti, in materia di donazione di organi e di sangue, il principio della tutela della vita umana viene, giustamente, sacrificato al diritto dell’individuo di essere il solo a disporre del proprio corpo.

    Per esempio, non esistono leggi che obblighino i familiari compatibili a donare il proprio midollo o il proprio sangue per salvare la vita di un congiunto che ne abbia bisogno. Il nostro ordinamento, dunque, riconosce il principio che la donazione del proprio corpo, o di una sua parte, per permettere la vita di un altro, deve essere un atto spontaneo, assolutamente non coercibile. E la stessa ratio vale per la continuazione della gravidanza.

    Non costituisce, infatti, una differenza essenziale il fatto che quando si parla di gravidanza ci si trovi di fronte ad un evento compiuto (magari grazie all’occorrenza di uno stupro o di un abuso sessuale), mentre per effettuare una donazione d’organo o di sangue è necessario l’intervento di una specifica attività umana. Perché in entrambi i casi si tratta comunque di donare il proprio corpo o una parte di esso al fine di permettere la vita di un’altra entità umana.

    Quando la gravidanza possa nuocere alla salute della donna o mettere in pericolo la sua vita, l’interruzione, anche nel caso in cui la gravidanza sia in fase avanzata, è giustificata dal principio della legittima difesa e/o dello stato di necessità. Nessuno infatti può essere obbligato dalla legge a preferire di salvare la vita di un altro piuttosto che la propria vita o salute fisica.

    Le leggi proibitive in materia di aborto, in realtà, non eliminano il fenomeno dell’aborto, ma alimentano soltanto il mercato degli interventi abortivi clandestini (con tutti i rischi che questo comporta per la salute e la vita delle donne interessate), come dimostrano diverse denunce riguardanti il caso della Polonia che è, attualmente, il Paese europeo con la legge più restrittiva in materia di aborto, ma è un Paese nel quale gli aborti clandestini superano di gran lunga quelli praticati legalmente in Paesi dove vige un regime più permissivo.

    È comunque evidente che nessuna donna, incorrendo in una gestazione indesiderata, si rassegna di fronte all’idea di subirla e quindi la più prevedibile conseguenza di leggi che restringano la possibilità di abortire è che le donne, soprattutto quelle meno abbienti, riscoprano mezzi artigianali per auto-indursi l’aborto, come accade attualmente nei Paesi del terzo mondo, spesso con esiti letali.

    A questo argomento qualcuno potrebbe rispondere che neppure la legge che vieta e punisce l’omicidio elimina del tutto gli omicidi. Ma, in verità, le donne che trasgrediscono il divieto di eseguire o di sottoporsi ad aborti, nei Paesi dove questo vige (come ad esempio l’Irlanda, che a tal proposito ha indetto un referendum che si terrà alla fine di questo mese), non sono personalità criminali, né agiscono con modalità criminali, e questo perché tutti coloro che non sono precondizionati dalla filosofia pro-vita avvertono che nell’aborto non c’è niente male, che si tratta di un’azione innocua che ogni donna deve avere la possibilità di poter fare se ne avverte il bisogno.

    Nessuno del resto, anche coloro che sono moralmente contrari all’aborto, potrà mai vivere realmente alla stessa maniera un aborto e/o un omicidio. Dopotutto, nei Paesi dove l’aborto è vietato questo costituisce un crimine a sé, ben distinto dall’omicidio e dall’infanticidio, e punito con pena decisamente più lieve dei primi. Questo per dire quanto sia falso dal punto di vista della realtà dell’esperienza umana il linguaggio che identifica il feto con il bambino e l’aborto con l’omicidio.

    Ricordiamo pure che l’Italia è un Paese laico, sebbene paia non sia così all’atto pratico. La legge stabilisce e consente che avvenga l’aborto, per cui lo Stato italiano deve garantire incondizionatamente la propria e l’altrui libertà di scelta e d’azione”, Maria.

  12. Voglio citare PASOLINI:
    «Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché lo considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gli uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente» (Pier Paolo Pasolini – 1922-1975 – Scritti corsari, 1975).

    Non insulto nessuno, sto dialogando con lei, se stessi dialogando con l’uaar (che in quanto ad insulti sono campioni) o con la bonino direi senza problemi le stesse cose (chi mai l’ha insultata, poi? Ho ricordato ciò che lei faceva :
    https://www.imolaoggi.it/2013/04/13/emma-bonino-e-laborto-con-la-pompa-delle-biciclette-da-vomito/

    Grazie del link.
    Ho letto di una donna devastata dallo stupro di un animale, e nella sofferenza eroica ha saputo amare per un anno una creatura che nonostante tutto ha riconosciuto essergli figlia.
    Questo è vero amore! Amore che sembra toglierti tutto, sogni, salute, futuro…
    Invece quella donna anche, se ora dice che avrebbe preferito abortire tardivamente, ha testimoniato un amore vero eroico, divino, e ne sono convinto, passerà il tempo e lei stessa riconoscerà di aver fatto la scelta giusta.
    Chiudo. Basta.

  13. Sergio Falcone on

    Pasolini? Se è per questo, anche Emma Goldman era contraria all’aborto perché lo giudicava un trauma per le donne. E allora? Resto della mia opinione: bisogna lasciare la donna libera di scegliere ed assisterla in una struttura pubblica, senza pressioni e persecuzioni.
    Torno sull’argomento, perché stamane ho scoperto l’articolo che invito tutti a leggere. E qui termino davvero. Libertà!
    http://anarkikka.blogautore.espresso.repubblica.it/2019/03/04/mors-mea/

  14. sergio falcone on

    L’intervento di Pier Paolo Pasolini, per intero. Ciò che preoccupava Pasolini era, ancora una volta, il potere della società dei consumi.

    *

    Io sono per gli otto referendum del partito radicale, e sarei disposto ad una campagna anche immediata in loro favore. Condivido col partito radicale l’ansia della ratificazione, l’ansia cioé del dar corpo formale a realtà esistenti: che è il primo principio della democrazia. Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio.

    Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gl’uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente. Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell’aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita è sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo. La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell’aborto, è il primo, e l’unico, caso in cui i radicali e tutti gli abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla Realpolitik e quindi ricorrono alla prevaricazione “cinica” dei dati di fatto e del buon senso. Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com’è giusto), il problema di quali siano i “principi reali” da difendere, questa volta non l’hanno fatto. Ora, come essi sanno bene, non c’è un solo caso in cui i “principi reali” coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo per la maggioranza, ossia per l’intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo. Perché io considero non “reali” i principi su cui i radicali ed in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell’aborto? Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni.

    Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell’aborto (anche se magari nel caso di un nuovo referendum molti voterebbero contro, e la “vittoria” radicale sarebbe meno clamorosa). L’aborto legalizzato è infatti – su questo non c’è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza. Soprattutto perché renderebbe ancora più facile il coito – l’accoppiamento eterosessuale – a cui non ci sarebbero più praticamente ostacoli. Ma questa libertà del coito della “coppia” così com’è concepita dalla “maggioranza” – questa meravigliosa permissività nei suoi riguardi – da chi è stata tacitamente voluta, tacitamente promulgata e tacitamente fatta entrare, in modo ormai irreversibile, nelle abitudini? Dal potere dei consumi, dal nuovo fascismo. Esso si è impadronito delle esigenze di libertà, diciamo così, liberali e progressiste e, facendole sue, ha cambiato la loro natura. Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore. Insomma, la falsa liberalizzazione del benessere, ha creato una altrettanto e forse più insana che quella dei tempi della povertà.

    Infatti: primo risultato di una libertà sessuale “regalata” dal potere è una vera e propria generale nevrosi. La facilità ha creato l’ossessione; perché è una facilità “indotta” e imposta, derivante dal fatto che la tolleranza del potere riguarda unicamente l’esigenza sessuale espressa dal conformismo della maggioranza. Protegge unicamente la coppia (non solo, naturalmente, matrimoniale): e la coppia ha finito dunque col diventare una condizione parossistica, anziché diventare segno di libertà e felicità (com’era nelle speranze democratiche). Secondo: tutto ciò che sessualmente è “diverso” è invece ignorato e respinto. Con una violenza pari solo a quella nazista dei lager (nessuno ricorda mai, naturalmente, che i sessualmente “diversi” sono finiti là dentro). E’ vero; a parole, il nuovo potere estende la sua tolleranza anche alle minoranze. Non è magari da escludersi che, prima o poi, se ne parli pubblicamente. Del resto le élites sono molto più tolleranti verso le minoranze sessuali che un tempo e certo sinceramente (anche perché ciò gratifica le loro coscienze). In compenso l’enorme maggioranza (la massa: cinquanta milioni di italiani) è divenuta di una intolleranza così rozza, violenta e infame, come non è certo mai successo nella storia italiana. Si è avuto in questi anni, antropologicamente, un enorme fenomeno di abiura: il popolo italiano, insieme alla povertà, non vuole neanche più ricordare la sua “reale” tolleranza: esso, cioè, non vuole più ricordare i due fenomeni che hanno caratterizzato l’intera sua storia. Quella storia che il nuovo potere vuole finita per sempre. E’ questa stessa massa (pronta al ricatto, al pestaggio, al linciaggio delle minoranze) che, per decisione del potere, sta ormai passando sopra la vecchia convenzione clerico-fascista ed è disposta ad accettare la legalizzazione dell’aborto e quindi l’abolizione di ogni ostacolo nel rapporto della coppia consacrata.

    Ora tutti, dai radicali a Fanfani (che stavolta, precedendo abilmente Andreotti, sta gettando le basi di una sia pur prudentissima abiura teologica, in barba al Vaticano), tutti, dico, quando parlano dell’aborto, omettono di parlare di ciò che logicamente lo precede, cioè il coito. Omissione estremamente significativa. Il coito – con tutta la permissività del mondo – continua a restare tabù, è chiaro. Ma per quanto riguarda i radicali la cosa non si spiega certamente col tabù: essa indica invece l’omissione di un sincero, rigoroso e completo esame politico. Infatti il coito è politico. Dunque non si può parlare politicamente in concreto dell’aborto, senza considerare come politico il coito. Non si possono vedere i segni di una condizione sociale e politica nell’aborto (o nella nascita di nuovi figli) senza vedere gli stessi segni anche nel loro immediato precedente, anzi, nella sua “causa”, nel coito. Ora il coito di oggi sta diventando, politicamente, molto diverso da quello di ieri. Il contesto politico di oggi è già quello della tolleranza (e quindi il coito un obbligo sociale) mentre il contesto politico di ieri era la repressività (e quindi il coito, al di fuori del matrimonio era scandalo). Ecco dunque un primo errore di Realpolitik, di compromesso col buon senso, che io ravviso nell’azione dei radicali e dei progressisti nella loro lotta per la legalizzazione dell’aborto. Essi isolano il problema dell’aborto, coi suoi specifici dati di fatto, e perciò ne danno un’ottica deformata: quella che fa loro comodo (in buona fede, su questo sarebbe folle discutere). Il secondo errore, più grave, è il seguente. I radicali e gli altri progressisti che si battono in prima fila per la legalizzazione dell’aborto – dopo averlo isolato dal coito – lo immettono in una problematica strettamente contingente (nella fattispecie, italiana), e, addirittura, interlocutoria. Lo riducono a un caso di pura praticità, da affrontare appunto con spirito pratico. Ma ciò (come essi sanno bene) è sempre colpevole. Il contesto in cui bisogna inserire il problema dell’aborto è ben più ampio e va ben oltre l’ideologia dei partiti (che distruggerebbero se stessi se l’accettassero: cfr. Breviario di ecologia di Alfredo Todisco).

    Il contesto in cui va inserito l’aborto è quello appunto ecologico: è la tragedia demografica, che, in un orizzonte ecologico, si presenta come la più grave minaccia alla sopravvivenza dell’umanità. In tale contesto la figura – etica e legale – dell’aborto cambia forma e natura: e, in un certo senso, può anche esserne gratificata una forma di legalizzazione. Se i legislatori non arrivassero sempre in ritardo, e non fossero cupamente sordi all’immaginazione per restare fedeli al loro buon senso e alla propria astrazione pragmatica, potrebbero risolvere tutto rubricando il reato dell’aborto in quello più vasto dell’eutanasia, privilegiandolo di una particolare serie di “attenuanti” di carattere appunto ecologico. Non per questo cesserebbe di essere formalmente un reato e di apparire tale alla coscienza. Ed è questo il principio che i miei amici radicali dovrebbero difendere, anziché buttarsi (con onestà donchisciottesca) in un pasticcio, estremamente sensato ma alquanto pietistico, di ragazze madri o di femministe angosciate in realtà da “altro” (e di più grave e serio).

    Qual è il quadro, in realtà, in cui la nuova figura del reato di eutanasia, dovrebbe iscriversi? Eccolo: un tempo la coppia era benedetta, oggi è maledetta. La convenzione e i giornalisti imbecilli continuano a intenerirsi sulla “coppietta” (in tal modo, abominevolmente, la chiamano), non accorgendosi che si tratta di un piccolo patto criminale. E così i matrimoni: un tempo essi erano feste, e la stessa loro istituzionalità – così stupida e sinistra – era meno forte del fatto che lì istituiva, un fatto, appunto, felice, festoso. Ora invece i matrimoni sembrano tutti dei grigi e affettati riti funebri. La ragione di queste cose terribili che dico è chiara: un tempo la “specie” doveva lottare per sopravvivere, quindi le nascite “dovevaono” superare le morti. Quindi ogni figlio che un tempo nasceva, essendo garanzia di vita, era benedetto: ogni figlio che invece nasce oggi, è un contributo all’autodistruzione dell’umanità, e quindi è maledetto. Siamo così giunti al paradosso che ciò che si diceva contronatura è naturale, e ciò che si diceva naturale è contronatura. Ricordo che De Marsico (collaboratore del Codice Rocco) in una brillante arringa in difesa di un mio film, ha dato del “porco” a Braibanti dichiarando inammissibile il rapporto omosessuale in quanto inutile alla sopravvivenza della specie: ora, egli, per essere coerente, dovrebbe, in realtà, affermare il contrario: sarebbe il rapporto eterosessuale a configurarsi come un pericolo per la specie, mentre quello omosessuale ne rappresenta una sicurezza.

    In conclusione: prima dell’universo del parto e dell’aborto c’è l’universo del coito: ed è l’universo del coito a formare e condizionare l’universo del parto e dell’aborto. Chi si occupa politicamente dell’universo del parto e dell’aborto non può considerare ontologico l’universo del coito – e non metterlo dunque in discussione – se non a patto di essere qualunquistico e meschinamente realistico. Ho già abbozzato come si configura oggi in Italia l’universo del coito, ma voglio, per concludere, riassumerlo. Tale universo include una maggioranza totalmente passiva e nel tempo stesso violenta, che considera intoccabili tutte le sue istituzioni, scritte e non scritte. Il suo fondo è tutt’ora clerico-fascista con tutti gli annessi luoghi comuni. L’idea dell’assoluto privilegio della normalità è tanto naturale quanto volgare e addirittura criminale. Tutto vi è precostituito e conformistico, e si configura come un “diritto”: anche ciò che si oppone a tale “diritto” (compresa la tragicità e il mistero impliciti nell’atto sessuale) viene assunto conformisticamente. Per inerzia la guida di tutta questa violenza maggioritaria è ancora la Chiesa cattolica. Anche nelle sue punte progressiste e avanzate (si legga il capitoletto, atroce, a pag. 323 de La Chiesa e la sessualità del progressista e avanzato S.H. Pfurtner).

    Senonché… senonché nell’ultimo decennio è intervenuta la civiltà dei consumi, cioé un nuovo potere falsamente tollerante che ha rilanciato in scala enorme la “coppia” privilegiandola di tutti i diritti del suo conformismo. A tale potere non interessa però una coppia creatrice di prole (proletaria), ma una coppia consumatrice (piccolo borghese): in pectore, esso ha già l’idea della legalizzazione dell’aborto (come aveva già l’idea della ratificazione del divorzio). Non mi risulta che gli abortisti, in relazione al problema dell’aborto, abbiano messo in discussione tutto questo. Mi risulta invece che essi, in relazione all’aborto, tacciano del coito, e ne accettino dunque – per Realpolitik, ripeto, in un silenzio dunque diplomatico e dunque colpevole – la sua totale istituzionalità, irremovibile e “naturale”.

    La mia opinione estremamente ragionevole invece è questa: anzicché lottare contro la società che condanna l’aborto repressivamente, sul piano dell’aborto, bisogna lottare contro tale società sul piano della causa dell’aborto, cioé sul piano del coito. Si tratta – è chiaro – di due lotte “ritardate”: ma almeno quella sul “piano del coito” ha il merito, oltre che di una maggiore logicità e di un maggiore rigore, anche quello di un’infinitamente maggiore potenzialità di implicazioni. C’è da lottare, prima di tutto contro la falsa tolleranza del nuovo potere totalitario dei consumi, distinguendosene con tutta l’indignazione del caso; poi c’è da imporre alla retroguardia, ancora clerico-fascista, di tale potere, tutta una serie di liberalizzazioni “reali” riguardanti appunto il coito (e dunque i suoi effetti): anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse, una moderna moralità dell’onore sessuale etc.. Basterebbe che tutto ciò fosse democraticamente diffuso dalla stampa e soprattutto dalla televisione, e il problema dell’aborto verrebbe in sostanza vanificato, pur restando, come deve essere, una colpa, e quindi un problema della coscienza. Tutto ciò è utopistico? E’ folle pensare che una “autorità” compaia al video reclamizzando “diverse” tecniche amatorie? Ebbene, non sono certo gli uomini con cui io qui polemizzo che debbono spaventarsi di questa difficoltà. Per quanto io ne so, per essi ciò che conta è il rigore del principio di democratico, non il dato di fatto (com’è invece brutalmente, per qualsiasi partito politico). Infine molti – privi della virile e razionale capacità di comprensione – accuseranno questo mio intervento di essere personale, particolare, minoritario. Ebbene?

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