E’ ufficiale: i darwinisti c’hanno preso per i fondelli ancora una volta!

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Vi ricordate l’Australopitecus Sediba (vedi l’articolo già pubblicato sul nostro blog), l’ennesimo (presunto) anello mancante tra uomo e scimmia, presentato qualche mese su tutti i TG e le riviste di settore come una PROVA della verità del modello darwiniano? Già qualcuno nei mesi scorsi aveva sollevato sacrosanti dubbi sul valore della scoperta più strombazzata dell’anno, ma adesso, la conferma viene anche da uno studioso “ufficiale” come il paleontologo Emiliano Bruner. Insomma, i darwinisti c’hanno provato ancora …a prenderci per i fondelli! 

(Fonte: www.enzopennetta.it) Emiliano Bruner, é laureato in biologia e dottore in biologia animale è di formazione certamente zoologica. Si inizia con una tesi in ecologia umana, poi un tirocinio in morfometria, poi ancora come conservatore e curatore di collezioni primatologiche e osteologiche, e quindi un dottorato sull’utilizzo di tecniche digitali per l’analisi delle strutture encefaliche nelle forme umane fossili. (Dal sito Neuro@antropologia)

Dopo che nei giorni scorsi dal versante neodarwiniano sono piovuti una serie di epiteti e accuse di “creazionismo” nei confronti di chi si è permesso di mostrare tutte le contraddizioni del presunto “anello mancante/passaggio evolutivo” (comunque mancante) tra la “scimmia” e l’uomo, si scopre che da parte del paleontologo E. Bruner sono giunte accuse ben più pesanti delle nostre.

Ma su di esse si è fatto finta di non sapere nulla.

Che sia un creazionista infiltrato anche lui?

E’ proprio così, il paleontologo E. Bruner con un articolo apparso su neuro@ntropologia ha attaccato pesantemente i colleghi che hanno diffuso sull’autorevole rivista “Science ” la notizia che A. sediba avrebbe le caratteristiche intermedie tra Australopitecus e Homo. Queste critiche confrontate con quelle pubblicate sul Sole 24ORE da Gilberto Corbellini , docente di Storia della medicina all’università La Sapienza,  appaiono molto più serie, ma ovviamente non ne abbiamo sentito parlare.

In particolare Bruner ironizza sui risultati ottenuti sul calco endocranico di MH1:

Sembrerebbe quindi che da un calco endocranico come quello di MH1 (Australopithecus sediba, 2 milioni di anni, presenti solo le aree frontali, i poli temporali, e parte delle aree parieto-temporali sinistre, con qualche deformazione sparsa) si possa ricavare ben poca informazione.

Bruner prosegue poi ironizzando sull’altisonante terminologia scientifica che in casi come questo sembrerebbe essere utilizzata per impressionare i profani, per dare alla notizia una credibilità che in realtà non ha:

Ma non bisogna disperare, siamo paleontologi, non siamo tenuti necessariamente a dimostrare le nostre affermazioni, possiamo vendere le opinioni personali come ipotesi scientifiche, le sensazioni come fatti accaduti, non facciamo del male a nessuno, solo abbiamo il compito di intrattenere il nostro amato pubblico. Ed ecco che quindi, con un numero dedicato di Science e un frullato al sincrotrone, dai poveri resti defunti di un residuo di australopiteco subadulto esce un articolo di impatto che da un pezzo di corteccia orbitale scolpito nella roccia ti tira fuori linguaggio, cognizione, rivoluzione, e tensioni neuronali.

Il breve ma densissimo articolo termina poi con un ultima, amara, ironia sui colleghi che oltre ad essere giunti a conclusioni a dir poco avventate sui resti del povero “subadulto” esemplare di A. sediba, sono incorsi nell’errore di aver ipotizzato un suo ruolo verso la nascita di Homo quando invece già esistevano i primi esemplari di Homo:

…coi suoi 2 milioni di anni, MH1 passeggia su terra africana insieme ai supposti primi esponenti del genere Homo, ossia evolvendo “verso” qualcosa che era già evoluto. Insomma, siamo alle solite. Che stanchezza.

Già, concordiamo con Bruner: che stanchezza.

Ma non ci fermiamo.


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