NON C’E’ DUE SENZA TRE. A proposito della Pachamama… (di Cosmo Intini)

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Dopo la vicenda delle casule del Sinodo delle famiglie e della ferula-stang del Sinodo dei Giovani (vd. su questo stesso blog gli articoli del 10/10/2018 e del 28/10/2018) [1], eccoci al Sinodo dell’Amazzonia. Il proverbiale: ‘non c’è due senza tre’! Anche questa volta pare infatti che la gerarchia ecclesiastica si sia incautamente accostata ad oggetti il cui valore simbolico e la cui pregnanza rituale travalica ogni loro legittimo uso in seno alla liturgia cattolica.

Di che si tratta? Si tratta questa volta della ormai arcinota statuetta della pachamama, un idolo andino raffigurante la divinità della Madre Terra. In quanto già abbondantemente affrontato sui media, non ci aggiungeremo che brevemente al dibattito che ha visto schierarsi due contrapposte posizioni.

Da una parte vi è infatti quella di chi ha letto come ‘culto idolatrico’ l’omaggio che, permesso e incoraggiato dal Papa stesso, è stato reso alla pachamama dai Padri sinodali sia all’interno di una cerimonia nei Giardini Vaticani (4 ottobre), sia in una processione nella Basilica di S. Pietro (7 ottobre), sia durante una Via Crucis amazzonica (19 ottobre).

Dall’altra parte vi è invece la posizione di chi, tra gli allineati alle posizioni bergogliane, continua ad affermare tutta l’innocenza di queste cerimonie, sul cui carattere pagano si sarebbe travisato, oltretutto malignamente, da parte di un manipolo di tradizionalisti.

Per quel che ci riguarda – sorvolando peraltro sulla palese equivocità con cui puntualmente ci si riferisce al termine tradizione -, la nostra posizione all’interno del dibattito, come già ben conosce chi ha letto i nostri precedenti interventi, è ovviamente non tanto quella votata alla passionale emotività, quanto semmai quella fondata sull’oggettiva evidenza di una scienza: la sacra scienza gematrica. E questa volta sì che è legittimo riferirsi alla Tradizione!

Se traslitteriamo il termine pachamama in greco, secondo la sua pronuncia (paciamama), abbiamo πακιαμαμα, la quale parola vale gematricamente 194 = 80+1+20+10+1+40+1+40+1.

Da parte sua, il valore di S. Chiesa Cattolica, cioè a dire di G ekklesie katholiké  (Γ Εκκλησιη Καθολικη), è invece pari a 472 = (3) + (5+20+20+30+8+200+10+8) + (20+1+9+70+30+10+20+8)= (3) + (301) + (168).

Unire la pachamama alla S. Chiesa Cattolica significa dunque addizionare 194 + 472.

Fate voi la somma!

Alcune conclusioni. La presente contingenza storica non può non essere percepita come fortemente colma di un carattere escatologico: a meno che non si patisca di cecità e sordità spirituale. Di tale carattere ne è espressione infatti tutta l’anticristicità di cui oramai, ogni giorno di più, si viene a permeare la stessa Chiesa di Cristo. Senza dover necessariamente attendersi l’immediato epilogo della profetizzata e apocalittica finale apparizione dell’individuo che dovrà incarnare in sé la figura del ‘triplice sei’, dobbiamo insomma renderci conto che perlomeno siamo già abbondantemente incamminati in avanti all’interno del fenomeno che ci condurrà a quell’estremo. Cosa ce lo deve far pensare? Da fideles Christi dobbiamo coglierlo alla luce della del tutto anomala compresenza di due Pontefici entrambi legittimati. Nella storia della Chiesa è pur accaduto che ad un certo momento ci siano stati un Papa ed un Antipapa, ma non è mai successo qualcosa di equiparabile a quel che ci tocca oggi eccezionalmente vivere come fosse ormai una normalità acquisita.

Non è questa l’occasione per scendere in approfondimenti che mirino ad ulteriori discernimenti. Ve ne saranno semmai presto migliori occasioni: o almeno, Dio volendo, ce lo auguriamo.

Qui ci rimane solo di ribadire che la proverbiale locuzione che ha dato titolo al nostro presente intervento può a questo punto valere anche secondo un livello di lettura ben più celato e profondo.

Non c’è due (= Pontefici) senza tre (=anticristo).

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[1] http://www.gianlucamarletta.it/wordpress/2018/10/casule/

http://www.gianlucamarletta.it/wordpress/2018/10/stange/

 

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1 commento

  1. Ho già avuto modo di scrivere cosa penso dell’uso dei valori numerici delle lettere greche per pretendere di trarne significati simbolici e non ho, dunque, più bisogno di farlo qui. Ognuno, se vuole, potrà riprendersi quei commenti, effettuati rispetto a due precedenti post pubblicati dallo stesso Cosmo Intini su questo blog, e giudicare, anche alla luce di questo nuovo post, se le mie preoccupazioni e riserve fossero o meno giustificate.
    Quello che mi piacerebbe invece discutere qui è il merito del post, che fa seguito ad altri due precedenti ed analoghi e che nella sostanza vuole stigmatizzare l’assimilazione di Pachamama (scorretta pronuncia spagnola del quechua “Pachamamma”), con la Vergine Maria e, più in generale, l’assimilazione di simboli cristiani a simboli di diversa derivazione tradizionale.
    Occorre dire che si deve convenire sulla necessità di evitare la commistione superficiale o sincretica fra differenti forme tradizionali, poiché la diversità di queste ha una precisa ragione d’essere nella stessa diversità di costituzione psicosomatica degli esseri umani e prima ancora del loro orizzonte intellettuale e qualsiasi alterazione in queste cose non può essere effettuata impunemente da parte di coloro che dovrebbero utilizzare i riti e non certo modificarli.
    Questo vale essenzialmente per le forme rituali e, per questa via, si può dare ragione alla critica, quando essa si appunta sull’inserimento, nell’ambito della liturgia, di cerimonie che le sono estranee. Questo rilievo, d’altra parte, andrebbe rivolto con altrettanta ragione a tutti quegli aspetti cerimoniali che spesso si vedono “aggiunti” a celebrazioni liturgiche anche importanti, ad es. in occasione di celebrazioni di messe da parte del Papa, come ricevimenti di delegazioni, offerte “simboliche” in senso del tutto profano, ecc.
    Occorre però anche notare che ci si trova di fronte a qualcosa di diverso, quando si constata la semplice assimilazione, al di fuori della celebrazione di riti liturgici in senso stretto, delle divinità o figure simboliche di altre tradizioni. Questa assimilazione è, infatti, molto antica e risale alla stessa nascita del cristianesimo. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi: dall’assimilazione iconografica di S. Michele con Ermete, con Lug e con Wotan, a quella di S. Liberata con Mater Matuta, fino alla tradizione, già attestata nel XIV sec., secondo la quale il culto precristiano tributato a Chartres ad una statua rappresentante una donna con in braccio un bambino era un culto profetico tributato alla Vergine che avrebbe partorito (Virgo Paritura). Potrei fare facilmente ancora degli altri esempi. Qui, si tocca una problematica che è divenuta tale soltanto quando il cristianesimo si è, in Occidente, trasformato in senso confessionale, vale a dire a seguito di quella lenta ma inesorabile evoluzione che ha portato, dalla tradizione medioevale, del tutto stabile sotto questo aspetto almeno fino al XII sec., alla sensibilità attuale dei cristiani, passando per quel punto di snodo fondamentale che è stato il Concilio di Trento.
    E’ interessante notare che proprio i gesuiti (un esempio per tutti: Matteo Ricci) sono stati fra gli ultimi a mantenere quella visione non esclusivista che si trova pacificamente riconosciuta in un Giustino, un Clemente alessandrino o in un Lattanzio.
    Beninteso, questo mio accostamento non vuole essere un giudizio sull’attuale Papa, sul quale, confesso, non sono ancora riuscito a farmi un’idea definita, ma vuole solo richiamare, per coloro che leggono, alcuni riferimenti alla luce dei quali fare le proprie valutazioni.

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